Trump aumenta i dazi globali dal 10% al 15% e attacca la Corte Suprema. La mossa scuote mercati e alleati.
Donald Trump tira dritto. E lo fa nel modo che gli è più congeniale: con un post su Truth, il suo social, in cui annuncia l’aumento immediato dei dazi globali dal 10% al 15%. Una mossa che arriva dopo la decisione della Corte Suprema degli Stati Uniti, che aveva stabilito come il presidente non possa ricorrere alla legge del 1977 sulle emergenze economiche internazionali (Ieepa) per imporre tariffe senza un’esplicita autorizzazione del Congresso.

Trump non usa mezzi termini. Parla di una «ridicola, mal scritta e straordinariamente antiamericana decisione sui dazi» e rivendica il diritto di intervenire. «Sulla base di un’analisi approfondita, dettagliata e completa», scrive, «aumenterò, con effetto immediato, la tariffa mondiale di 10% sui Paesi, molti dei quali hanno “derubato” gli Stati Uniti per decenni, senza alcuna ritorsione (finché non sono arrivato io!) al livello pienamente consentito e legalmente testato del 15%».
Il tono è quello che conosciamo: diretto, polemico, quasi muscolare. E si chiude con lo slogan che ha segnato un’epoca: «rendere l’America di nuovo grande – PIÙ GRANDE CHE MAI!!!».
La Corte Suprema, la Ieepa e lo scontro istituzionale: quale sarà la reazione del Congresso?
Il punto giuridico è tutt’altro che secondario. La Corte Suprema aveva chiarito che la Ieepa – nata per bloccare beni, congelare conti e imporre sanzioni a Paesi ostili – non può essere trasformata in uno strumento commerciale ordinario per imporre dazi doganali. In sostanza, per misure di questo tipo serve un passaggio formale dal Congresso.
Trump, però, non solo non arretra, ma elogia apertamente i giudici che hanno votato contro la sentenza. «Il mio nuovo eroe è il giudice della Corte Suprema Brett Kavanaugh insieme, ovviamente, ai giudici Clarence Thomas e Samuel Alito. Non c’è alcun dubbio che loro vogliano rendere l’America di nuovo grande», scrive in un precedente post.
La frattura è evidente. Da un lato la Corte che delimita i poteri presidenziali; dall’altro il presidente che rilancia, promettendo di «determinare ed emettere le nuove tariffe legalmente ammissibili» nei prossimi mesi. Non solo: oltre alle tariffe temporanee fissate al 15%, Trump ha dichiarato di voler perseguire l’introduzione di ulteriori dazi attraverso altre sezioni della legge federale che richiedono un’indagine del Dipartimento del Commercio.
Negli ultimi mesi, gli annunci sui dazi – aumentati, ridotti, rimodulati con scarso preavviso – hanno scosso i mercati e messo sotto pressione alleati e partner commerciali. In base a un ordine firmato venerdì sera, la tariffa del 10% sarebbe dovuta entrare in vigore il 24 febbraio. Ora la soglia sale al 15%, con effetto immediato, almeno nelle intenzioni dichiarate via social.
È una strategia che mescola politica interna e leva economica globale. I dazi, per Trump, non sono soltanto uno strumento commerciale: sono una dichiarazione di sovranità, un messaggio politico, un segnale agli elettori. Il problema – e qui sta il nodo – è il perimetro dei poteri. Fin dove può spingersi l’esecutivo? E quale sarà la reazione del Congresso?





